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La Battaglia innominabile: 48 Ore nella Vita di un’Antiislamista
Di Phyllis Chesler, 14 aprile 2011

Phyllis Chesler è una Professoressa emerita di Psicologia e di Studi sulla Condizione femminile presso la City University di New York. Per una biografia estesa, visitare il sito: The Phyllis Chesler Organization.

 

Le informazioni ci sono, e non mi piacciono neanche un po’. D’altra parte, se uno rimane flessibile, realistico e calmo, e persiste nel dire la verità, può anche prevalere.

Sto parlando  mi pace neanche un po’.  information is in and I don’t like it one bit. On the other hand, if one remains flexible, realistic, and calm and persists in telling the truth, one may also prevail.

Sto parlando dei gironi attraverso i quali bisogna passare al fine di essere ascoltati, su qualsiasi soggetto che abbia a che fare con l’Islam.

Non sto parlando della controversia in merito alle vignette danesi, ai processi criminali dell’uomo olandese eroicamente determinato – Geert Wilders -, o dell’inaspettatamente grande austiaca Elisabeth Sabaditsch Wolff. Non sto nemmeno parlando di Lars Hedegaard della Free Speech Society danese, che è stato messo a processo per aver fatto dichiarazioni “razziste” circa gli islamici, o del Vignettista danese Kurt Westergaard, o di Lars Vilks, il Vignettista svedese che ha avuto bisogno di protezione 24/24 ore. Non sto nemmeno parlando dell’altamente profilata e bellezza mondiale Ayaan Hirsi Ali, la Femminista  somala-olandese-americana antiislamista.

Nemmeno sto parlando della decisione della Random House, nel 2008, di rinnegare il suo contratto per la pubblicazione di “The Jewel of Medina”, un romanzo sulla moglie di Muhammad – Aysha -, tutto perché un singolo Professore ha suggerito via e-mail che il libro “avrebbe potuto condurre a violenza”, o in merito alla decisione della Yale University Press, nel 2009, di omettere le vignette danesi da un libro che hanno pubblicato circa la controversia delle vignette danesi; non si sono nemmeno preoccupati di avvisare l’Autore.

No, non sto parlando di nessuno di loro. Sto solo parlando di quello che mi capita personalmente, nel corso di un periodo di 24-48 ore.

Un programma di una radio popolare che merita, mi ha chiesto un’intervista – ma mi ha pregato di “collaborare” perché vengono monitorati da vicino per quanto riguarda i contenuti “islamici”.  “Ti prego, assicurati di dire qualcosa tipo “molti islamici sono moderati”, oppure “non tutti gli islamici sono Jihadisti”.” L’ho rassicurato che abitualmente dico queste cose comunque, perché le credo – ma comunque, l’aria si è raggelata attorno a me.

Una pubblicazione governativa americana di rilievo, mi aveva in precedenza ampiamente, ed in modo molto rispettoso, intervistata in merito ai Delitti d’onore. Gli Editori mi hanno infine chiesto di partecipare ad un dibattito in merito a se la copertura dei Delitti d’onore in Occidente “stigmatizzasse” gli islamici. Ho detto che non lo faceva -  e che se qualcuno veniva “stigmatizzato” erano gli hindu, i cui Delitti d’onore basati in India venivano coperti dagli stessi media americani principali che non coprono i Delitti d’onore islamici in America. Indovinate cosa? Quando mi hanno inviato la versione finale perché l’approvassi, ho visto che avevano tolto la parola “islamici” davanti a “Delitti d’onore” e vi avevano aggiunto una frase che alleggeriva quel che avevo da dire in merito a simili crimini da-islamici-verso-islamici. Ho immediatamente reinserito la parola “islamici” ed ho sperato che il pezzo vedesse la luce del giorno come l’avevo scritto io.

Credo che lo farà. Non ho alzato la voce o perso la pazienza. Calmamente ma fermamente, ho reinserito le mie proprie parole ed ho spiegato una volta di più perché esse erano logicamente necessarie.

Ma mi sono chiesta: fino a che livello i sauditi hanno comprato i nostri media governativi? Oppure è il solito trito e ritrito codice discorsivo “politicamente corretto”, le cui regole sulla censura operano dietro le quinte, senza il beneplacito della legislazione?

Infine, nello stesso giorno, una rivista mi ha commissionato di scrivere un pezzo in merito ai Delitti d’onore, ma l’Editore mi ha chiesto di “cercare di essere bilanciata cosicché i suoi superiori avrebbero approvato il pezzo più facilmente”. Ho fatto notare che era un pezzo d’opinione, non una notizia di cronaca. Ho scritto il pezzo. È prevista la pubblicazione – ma assieme ad un pezzo che si opporrà al mio punto di vista.

Il messaggio è chiaro: o si sta alla larga da tutti i soggetti islamici, o si scrivono solo cose positive sull’Islam. In ultima analisi, siate pronti ad avere un pezzo compagno che differisce dal vostro, non in una differente rubrica, ma proprio a braccetto del vostro, parlandovi sopra, mentre voi parlate. Siate pronti a dovere “dibattere” quale prezzo per essere stati in grado di presentare le vostre proprie argomentazioni.

Verso la fine del pomeriggio stesso mi è stato chiesto di comparire in un programma su una rete radiofonica, in merito al Divieto francese al burka. Fiaccamente ho detto che non volevo dover dibattere con nessuno o assorbire la tossicità di intervenenti ostili. Il Produttore mi ha promesso che il programma della durata di un’ora sarebbe stato civile e rispettoso. Ho fatto un profondo respiro e ho deciso darmi una possibilità. Non mi rammarico di averlo fatto.

È vero che, come sospettavo, ho dovuto dividere il mio tempo con una donna in burka (che è rimasta senza nome) e con un’Ex parlamentare pro hijab dalla Turchia. Lei ha continuato ad insistere sul Diritto ad indossare l’hijab (il copricapo), e io ho continuato a ripetere che il Divieto francese al burka (il velo facciale) in pubblico, concerne soltanto il velo facciale e non il copricapo, e che io non mi oppongo al copricapo. Ciò nonostante, la turca è risultata essere qualcosa come l’anticamera di un’islamista ( Islamist ), ed in una che crede nello sbagliato concetto di “Orientalismo”, concetto che ha brandito come un randello inteso ad intimorirmi fino al silenzio. Non ha funzionato. Le ho riferito del lavoro di Ibn Warraq che ha ampiamente demolito le dichiarazioni di Said, e le ho parlato della lunga storia islamica di Razzismo, Imperialismo, Colonialismo, Schiavitù bianca, Schiavitù nera, ed Apartheid. Ragionevolmente, ho fatto notare che l’Occidente non è la sola Cultura che si è impegnata in comportamenti estremamente cattivi, e che i Paesi a maggioranza islamica posso averci effettivamente superato.

“Perché non ti tieni occupata criticando quanto male l’Occidente tratta le donne prima di iniziare a criticare una Cultura di cui non sai niente?”

Ah, cara signora: per più di 40 anni, mi sono specializzata nel criticare la discriminazione contro le donne mondialmente, ed ho sfidato molto di più sotto il sole. Ciò che rifiuto di fare è di limitarmi soltanto alla Cultura occidentale. Infatti, ho detto “il nuovo Colonialismo consiste negli occidentali che abbandonano il concetto di Diritti umani universali. È un modo di dire: “Lasciateli (donne islamiche, islamici omosessuali, islamici liberi pensatori, e islamici che dicono la verità) ingoiare la loro pillola barbarica. Essi non meritano alcun Diritto umano universale””.

Lei ha poi proceduto a farmi una lezione in merito a come le donne in Occidente vengano trattate quali oggetti sessuali. Ho fatto notare che il velamento facciale delle donne nei Paesi a maggioranza islamica non previene il fatto che proprio quelle donne vengano abitualmente picchiate, stuprate, obbligate a sposarsi, e ammazzate per onore; che la Schiavitù sessuale e la Prostituzione sono molto ben vive e fiorenti nei Paesi a maggioranza islamica; e che la dicotomia “brava ragazza, cattiva ragazza” creata dal velamento, giustifica una persino più aperta aggressione contro le donne a viso scoperto. Ho concesso:

“Le donne occidentali semi nude, le gravidanze adolescenziali fuori dal matrimonio in Occidente (un punto che ha sollevato) sono lontano dall’ideale – ma la soluzione è di mettere un sacco dei rifiuti sopra la testa di una donna o di tenerla completamente nascosta in casa?”

La Professoressa turco-americana (insegna in un’università qui), ha poi acceso il moderatore piuttosto eccellente, e gli ha chiesto di smettere di interromperla e che le venisse dato tanto tempo per parlare quanto ne era stato dato a me. Effettivamente, lui l’aveva fatto. Credo che stesse obiettando il fatto che avessi offerto un’argomentazione dalla quale lei dissentiva, e che non fosse in grado di offrirne una più persuasiva. Molti, non tutti, gli intervenenti e quelli che hanno scritto e-mail, hanno supportato la mia posizione. Uno che ha chiamato, ed aveva un nome islamico, ha detto che il burka è il segno ed il simbolo dell’Islam wahhabita, di AlQaida saudita e afgano, e che chiunque pensi altrimenti sta ingannando sé stesso.

Non si suppone che avvenga così. Si suppone che il punto di vista pro Islam trionfi, ed è inteso che il punto di vista presunto anti Islam venga  schernito, bistrattato, svergognato, e messo a tacere.

L’approccio politicamente corretto al soggetto dell’Islam e ai soggetti quali il Divieto francese al burka è messo in mostra nell’edizione del 12 aprile 2011 del New York Times. Non solo hanno una pezzo di cronaca in merito al Divieto del burka ( news piece ), ma hanno pure un editoriale che chiama in causa la Francia per aver passato una simile Legge intollerante ( editorial ), che il Paper of Record vede come un “cinico attacco all’Islam” ed un modo di “ingraziarsi l’Ala destra anti immigranti, in crescita”. L’editoriale vede un simile Divieto come “servente ad incoraggiare la diffusione di pregiudizi verso gli islamici in Francia ed altrove in Europa”. L’editoriale della Gray Lady chiude con questo: “Il signor Sarkozy ed il resto del suo Partito dovrebbero … smetterla con il loro svergognato sfruttamento dell’Intolleranza per guadagni politici”. Naturalmente, l’editoriale è intitolato: “Bigottismo governativo applicato in Francia”.

Quanto del Times appartiene ai sauditi – o questo è semplicemente il bramoso e volenteroso comportamento dimmi, che Edward Said ed i suoi portaborse hanno modellato tanto tempo fa? (Said stesso era un dimmi; era un cristiano “palestinese”).

Il presunto articolo di cronaca in merito alla medesima questione è di Steven Erlanger.  È basato su interviste che lui ha fatto solo con donne velate in viso: una “Karima” e una Nelly Moussaid, entrambi che dichiarano che coprire le loro facce (che non è una richiesta religiosa nell’Islam) è un’espressione della loro “Fede” e “Devozione a Dio”. Infine, Erlanger si riferisce a 32 interviste di Naima Bouteldja. Quel che ha scoperto lei? Che neanche una singola donna è stata “obbligata ad indossare il velo”, e dieci anno detto che hanno detto di “aver iniziato a velarsi” in risposta alla controversia politica. Molte di queste donne sono “arrabbiate”, e stanno pensando di lasciare la Francia come hanno già fatto altri “niqab”. “La maggior parte” di queste 32 donne dichiarano di doversi confrontare con “abusi verbali su base quotidiana”.

Se è così, questo non mi rende molto felice. Non sono in favore di abusare verbalmente sia donne che uomini per strada.

Prego notate: Erlanger non ha intervistato nemmeno una singola donna islamica o Femminista, religiosa o secolare, che potrebbe avergli fornito un punto di vista molto differente in merito a quello che la copertura facciale è e fa. Erlanger non ha parlato alla tunisina-francese  Samia Labidi, l’algerina-americana Marnia Lazreg, o all’indiana-americana Asra Nomani, le quali tutte hanno scritto e parlato proprio su questo soggetto. Non ha intervistato la turco-americana Zeyno Baran, che ha pubblicato un’antologia maggiore intitolata “Gli altri Islamici: moderati e secolari” ( The Other Muslims: Moderate and Secular ).

E nemmeno Erlanger si riferisce al lavoro del grande Ibn Warraq, che si è confrontato con la questione dei Diritti umani universali e la natura dell’Islam.

Perché ciò? Perché Erlanger e il New York Times sono così nolenti quando si tratta di stampare tutte le notizia che sono adatte ad essere stampate?

Source

Tag: ArabiaSaudita, AsraNomani, Buqa, DirittiDelleDonne, Francia, Hijab, IbnWarraq, Immigrazione, IslamModerato, IslamRadicale, Altro...MarniaLazreg, Occidente, PhyllisChesler, PoliticaOccidentaleVersoMondoIslamico, SamiaLabidi, StatiUniti, ZeynoBaran

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